mercoledì 24 settembre 2008

IL DIALETTO

Armando Carruba e sullo sfondo il paese di Milena in prov. di Caltanissetta. Carissimi amici,
Nel corso della riunione poetica del 20 c.m. ho esposto, in modo molto sintetico, la mia opinione sul dialetto per cui desidero cogliere l'occasione in questo blog,
per finire il concetto; dato che il poco tempo a disposizione nelle riunioni e la quantità d'argomenti e versi da presentare non lo permettono.
Da ragazzino, a casa mia si parlava l'italiano, poi scendevo in strada a giocare ed ero sfottuto per il mio parlare.
Così pian pianino ho imparato il dialetto siciliano, l'ho imparato male perchè i ragazzini (vivevo al Molo S. Antonio e giocavo con i miei coetanei delle Carcare)
imitavano nel parlare i "cuatti" (specie di malandrini di bassa portata) che nel parlare si strazzavano 'a vuci.
Percorrendo la Sicilia da Sud a Nord ed da Est a Ovest ci accorgiamo che il dialetto cambia in ogni provincia, in ogni comune, in ogni frazione e in città in ogni quartiere, a volte impercettibilmente a volte drasticamente.
IL DIALETTO E' UNA LINGUA PREVALENTEMENTE PARLATA.
Infatti il dialetto lo si impara in famiglia, nella stretta cerchia di parenti e conoscenti. Le parole, i suoni, le inflessioni, sono quelle della famiglia o della stretta cerchia, infatti non c'è una scuola per imparare il dialetto.
Dopo l'unità d'Italia, c'era bisogno di una lingua nazionale, una lingua scritta e parlata da tutti. Sarà l'italiano a dover essere la lingua ufficiale: una lingua colta, usata esclusivamente in letteratura, studiata a tavolino su un modello di dialetto toscano elaborato dai manzoniani. Il nuovo Stato anzichè incoraggiare e perseguire il bilinguismo, una ricchezza immensa, dichiara guerra ai dialetti.
Chi è che parla e scrive la nuova lingua? Fin da subito i pochi nobili e letterati e i colti borghesi. Tutti gli altri - compreso Vittorio Emanuele che parla piemontese e francese, parlano il loro dialetto.
Chi può manda i figli a scuola ad imparare l'italiano. L'operaio e il contadino, in situazione di disagio sociale, continuano a parlare il dialetto e trametterlo alle nuove generazioni.
Abbandonato dalle classi dominanti, il dialetto perde terreno nei confronti dell'italiano e già all'inizio del '900 chi lo parla come unica lingua conosciuta è connotato come persona di basso ceto, povera e ignorante.
Il colpo di grazia lo dà il ventennio fascista con il disprezzo che le autorità governative nutrono nei confronti del dialetto; portano a vietarne e sanzionarne qualunque uso nelle scuole.
Nel secondo dopoguerra si prosegue con immutata determinazione all'emarginazione del dialetto.
La scuola continua la sua opera demolitrice: chi non ricorda, nei temi, le righe di matita blu con la scritta "espressione dialettale"?
Il dialetto abbandonato da tempo dalla classe dirigente, viene abbandonato anche dalla classe media e dal popolino che vede nell'istruzione un mezzo per emanciparsi. In famiglia lo si parla sempre di meno e i giovani vengono scoraggiati a parlarlo. I nonni sono i primi a vietarne l'uso e a parlare ai loro nipoti in italiano, quasi sempre in modo povero e inadeguato.
L'interesse per il dialetto, dove esiste, è confinato a pochi studiosi, , che già sensibili alla perdita della lingua, cominciano a catalogarla, raccogliendo le variazioni locali, le forme lessicali e sintattiche.
Opera meritoria per biblioteche, ma quasi nulla dal punto di vista dell'emancipazione della lingua perchè non è più lo stesso dialetto del contadino, dell'operaio del pescatore...
Il dialetto non parla più di se stesso in dialetto, nei vari convegni e nelle serate all'insegne del dialetto ... si parla un'altra lingua: l'italiano.

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Acc. ke bella lezione ke hai fatto!
a me piace molto sapere qst cose della ns cultura,però nn sn in grado d rispondere,ma sn qui pronta a leggere qlss cosa ke scriverete,x soddisfare la mia infinità curiosità,grazie armando x qst bel "tema", e x favore,nn fermarti qui ma vai avanti,io da qui...nn mi muovo neh?
ciao e ...grazie!
elena&asja

il siciliano di francia ha detto...

CIAO ARMANDO PRIMA QUANTO SI PARLAVA IL DIALETTO ERA UNA COSA FACILE E SEMPLICE PER NOI IN SICILIA E SI DOVEVA IMPARARE A PARLARE ITALIANO E DERA PIU DIFFICILE ADESSO DI NUOVO IN SCUOLA RIPRENDANO LA LINGUA SICILIANA PER NON SI DEVE DIMENTICARE QUESTA LINGUA CHE FA DI NOI SICILIANI CIAO COLUCCIO

ANTEAS Cenacolo poetico dialettale ha detto...

Grazie Elena del tuo contributo che ci spinge a fare sempre meglio; a Coluccio - amicissimo mio - desidero confermare quanto di vero c'è nel suo scritto: una volta il dialetto era la lingua del popolo ed era semplice oggi...
Un salutone a te e tutti in famiglia

armando

Anonimo ha detto...

Purtroppo coloro che amano il dialetto combattono una battaglia persa in partenza. Ma, devo dirlo, una irrinunciabile battaglia. Le parole più tenere che mio padre usava verso di me erano in dialetto. Come dimenticarlo? No, non intendo piegarmi alla lingua omogenizzata composta di sigle, termini inglesi, ecc., che la "cultura" di oggi ci propina. Purtroppo un dialetto che scompare è una cultura che muore, una pietanza che nessuno preparerà più (nessun brivido ci percorre al pensiero che nessuno saprà più cucinare la pasta con le sarde o con la "'nciòva"?).
Lascio con la filosofia del bimbo corretto dal maestro: "... O ho caduto o sono caduto, sempre a terra ho scoppato!".
Fefé

ANTEAS Cenacolo poetico dialettale ha detto...

Grazie Fefè del tuo intervento, hai proprio ragione, chi ama il dialetto combatte una battaglia persa in partenza.
Neanch'io mi piego a questo linguanggio dove per dire "ti voglio un casino di bene" si scrive tvukdb, no non sono connesso, ho staccato la spina e mi godo la mia sicilianeità!
armando

GIUSEPPE LA DELFA ha detto...

Caro Armando , condivido appieno il tuo sfogo, anch'io amo visceralmente come te il dialetto, lo studio anche all'Università e ti posso dire che anche i cattedratici hanno difficoltà nel
dare un giudizio sereno alle varie parlate di ogni singolo quartiere, paese ,città e provincia poichè vi sono tradizioni popolari da rispettare , suoni e musicalità diverse. Quindi a mio modesto parere direi di lottare sempre affinche il nostro patrimonio culturale dialettale non venga disperso e promuovere lezioni di lingua siciliana nelle scuole pubbliche. Un abbraccio Pippo La Delfa