giovedì 9 ottobre 2008

serata danzante !

A fine settembre si è svolta una serata danzante, sempre all'insegna dell'allegria per i "giovani" ANTEAS.

Il tutto documentato dal nostro Gino Cataudo !

per contattarci - anteaspoesie@yahoo.it

martedì 7 ottobre 2008

Vitti... di Salvatore Salustro

CANTI D'AMORE di Salvatore Salustro è uscito nell'aprile del 1981 - poesie in lingua e traduzione libera dialettale. VITTI
Vitti 'n aceddu
- jancu e niuru -
ca sbintuliava supra 'i casi...
stancu di suppurtari
'a propria sulitudini
jeva circannu
'na manu curaggiusa
unni putirisi arripusari
nun vitti cchiù nenti

Salvatore Salustro

venerdì 3 ottobre 2008

RESTA UN SOGNO IL MUSEO ETNOGRAFICO


Alfio Caltabiano, nostro socio ANTEAS di Carlentini, è disposto a donare al Comune di Carlentini la sua assortita raccolta di cimeli, reperti e testimonianze, relative alle tradizioni popolari dell'intera Sicilia da utilizzare per l'allestimento di un museo etnografico.
L'esigenza di realizzare un museo viene dal Caltabiano coltivata da tempo, ma la sua proposta continua a rimanere inevasa, nonostante in passato sia partita una raccolta di firme.
Alfio Caltabiano si è fatto sempre apprezzare per le molteplici iniziative, votate al folclore locale, ha donato lo scorso anno una raccolta di suoi libri e poesie, imperniati sulla vita paesana, al circolo di conversazione.
Si spera che il Comune di Carlentini accolga favorevolmente l'invito dell'artista Alfio Caltabiano, in caso contrario, lo stesso sarà costretto a rivolgersi ad altri comuni ... e sarebbe un vero peccato.
Armando Carruba

martedì 30 settembre 2008

'U PATRINNOSTRU DO' CARRITTERI

Ogni bona mugghieri di carritteri si suseva quannu 'u maritu 'mpaiava, ci dava 'a truscia 'nta coffa e 'na buttigghia 'i vinu, e cci ricurdava di diri 'a prijera 'i San Giulianu:

Ti raccumannu maritu miu,
bon cristianu
si vo' junciri sanu,
'u patrinnostru a San Giulianu.

San Giulianu 'u 'Spitaleri (9 jnnaru) è 'u santu prutitturi d'ogni viaggiaturi, chiddu chi 'i porta 'n sarvamentu.

San Giulianu 'nta l'auti munti varda li passi e poi li cunti, tu li vardasti l'acqua e la via, vardami a mia e 'a me' cumpagnia

venerdì 26 settembre 2008

L'AMURI MIU di Paolo Valvo


L'AMURI MIU
Sì bedda comu 'u suli a primavera,
mari ti ciami, e comu 'u mari 'ncanti.
Giuisci lu me' cori ardentementi,
quannu s'abbìa 'ntra sti to' acqui calmi.
Sprazzi ri cielu d'azzurru-turchisi,
sunu 'i culura ri st'occi to' beddi.
Quannu m'ammiru 'nta li to' pupiddi,
tutti l'acciacchi tu mi fai passari.
'U to' prufumu è di rosi a lu sbucciari,
la to' vuccuzza è aruci comu 'u meli,
e li labbruzza ccì l'hai comu 'i cirasi.
'Nta 'sta vucca bedda, to' matri cchi ci misi?
Quannu ti stringi ccu passioni a mia,
mi fai rinasciri, comu l'aquila riali.
'N focu mi jardi 'n piettu mentri mi vasi,
e nè suli, nè luna ti puon'uguagliari.
I labbra sunu cordi e specchiu di lu cori:
sunu balsamu e 'guentu ca ristora.
Nun c'è sullievu chiussai ri 'na vasata,
ca ti runa la cumpagna to' 'nnammurata.
Binirittu l'amuri ca cci strinci e 'ncatina.
Vuogghiu 'ristari sempri accantu a tia,
pirchì sultantu tu sì 'a me' granni gioia
e tutta filicità, principissedda mia.
Paolo Valvo

mercoledì 24 settembre 2008

IL DIALETTO

Armando Carruba e sullo sfondo il paese di Milena in prov. di Caltanissetta. Carissimi amici,
Nel corso della riunione poetica del 20 c.m. ho esposto, in modo molto sintetico, la mia opinione sul dialetto per cui desidero cogliere l'occasione in questo blog,
per finire il concetto; dato che il poco tempo a disposizione nelle riunioni e la quantità d'argomenti e versi da presentare non lo permettono.
Da ragazzino, a casa mia si parlava l'italiano, poi scendevo in strada a giocare ed ero sfottuto per il mio parlare.
Così pian pianino ho imparato il dialetto siciliano, l'ho imparato male perchè i ragazzini (vivevo al Molo S. Antonio e giocavo con i miei coetanei delle Carcare)
imitavano nel parlare i "cuatti" (specie di malandrini di bassa portata) che nel parlare si strazzavano 'a vuci.
Percorrendo la Sicilia da Sud a Nord ed da Est a Ovest ci accorgiamo che il dialetto cambia in ogni provincia, in ogni comune, in ogni frazione e in città in ogni quartiere, a volte impercettibilmente a volte drasticamente.
IL DIALETTO E' UNA LINGUA PREVALENTEMENTE PARLATA.
Infatti il dialetto lo si impara in famiglia, nella stretta cerchia di parenti e conoscenti. Le parole, i suoni, le inflessioni, sono quelle della famiglia o della stretta cerchia, infatti non c'è una scuola per imparare il dialetto.
Dopo l'unità d'Italia, c'era bisogno di una lingua nazionale, una lingua scritta e parlata da tutti. Sarà l'italiano a dover essere la lingua ufficiale: una lingua colta, usata esclusivamente in letteratura, studiata a tavolino su un modello di dialetto toscano elaborato dai manzoniani. Il nuovo Stato anzichè incoraggiare e perseguire il bilinguismo, una ricchezza immensa, dichiara guerra ai dialetti.
Chi è che parla e scrive la nuova lingua? Fin da subito i pochi nobili e letterati e i colti borghesi. Tutti gli altri - compreso Vittorio Emanuele che parla piemontese e francese, parlano il loro dialetto.
Chi può manda i figli a scuola ad imparare l'italiano. L'operaio e il contadino, in situazione di disagio sociale, continuano a parlare il dialetto e trametterlo alle nuove generazioni.
Abbandonato dalle classi dominanti, il dialetto perde terreno nei confronti dell'italiano e già all'inizio del '900 chi lo parla come unica lingua conosciuta è connotato come persona di basso ceto, povera e ignorante.
Il colpo di grazia lo dà il ventennio fascista con il disprezzo che le autorità governative nutrono nei confronti del dialetto; portano a vietarne e sanzionarne qualunque uso nelle scuole.
Nel secondo dopoguerra si prosegue con immutata determinazione all'emarginazione del dialetto.
La scuola continua la sua opera demolitrice: chi non ricorda, nei temi, le righe di matita blu con la scritta "espressione dialettale"?
Il dialetto abbandonato da tempo dalla classe dirigente, viene abbandonato anche dalla classe media e dal popolino che vede nell'istruzione un mezzo per emanciparsi. In famiglia lo si parla sempre di meno e i giovani vengono scoraggiati a parlarlo. I nonni sono i primi a vietarne l'uso e a parlare ai loro nipoti in italiano, quasi sempre in modo povero e inadeguato.
L'interesse per il dialetto, dove esiste, è confinato a pochi studiosi, , che già sensibili alla perdita della lingua, cominciano a catalogarla, raccogliendo le variazioni locali, le forme lessicali e sintattiche.
Opera meritoria per biblioteche, ma quasi nulla dal punto di vista dell'emancipazione della lingua perchè non è più lo stesso dialetto del contadino, dell'operaio del pescatore...
Il dialetto non parla più di se stesso in dialetto, nei vari convegni e nelle serate all'insegne del dialetto ... si parla un'altra lingua: l'italiano.

martedì 23 settembre 2008

IL PIANTO DEL POETA di Giuseppe La Delfa


IL PIANTO DEL POETA
Sento la musica
con il pianto nel cuore,
vita contornata dal fango,
buttato a poeti inermi.
Ignobili viandanti miserabili.
Senza scrupoli hanno profanato
il tempio della cultura.
Violenti antenati barbari
gustano nel calice della menzogna
di una insaziabile sete di sangue,
novelli avvoltoi sulla via
dell'idolatria.
Ed io, piango le miserie umane
nella mia eterna solitudine.
Giuseppe La Delfa